[San Lucano] Cascata Dell’inferno.

[Foto] Cascate Dell'inferno
…in alto il volto…
Cascata Dell’inferno

Data: Domenica 27/02/11
Racconto di Paola. G.
Ci alziamo abbastanza pesti (sciare tutto il pomeriggio del sabato dopo anni di abbandono fa male) e all’alba delle 11 siamo finalmente pronti per un’altra avventura. E’ tanto che vogliamo dare un’occhiata alla Valle di san Lucano e nonostante la giornata non sia bella come ieri, anzi decisamente nuvolosa, decidiamo di partire alla volta di Taibon Agordino, grazioso paese all’imbocco della valle.
Appena abbandonate le ultime case la stradina asfaltata si inoltra nella valle e il paesaggio cambia repentinamente: neve alta e bianchissima ovunque, qui d’inverno arriva la luce ma non il sole a sciogliere la coltre ghiacciata. Anche se il tempo non ci aiuta, intravediamo la mole dell’Agner e le Pale di san Lucano e i cartelli che indicano nomi noti solo per averli visti sulle cartine “Val Canali” “Ferrata dell’Orsa” …ci attirano come calamite: decisamente vorremmo poter girare queste e tutte le Dolomiti in eterno, o almeno per il tempo che ci concederà il cielo. Passiamo davanti alla Chiesa dedicata a San Lucano e in breve siamo all’abitato di Col de Prà, prendiamo a destra (a sinistra Val Canali) e dopo poche centinaia di metri lasciamo l’auto in un piccolo parcheggio. Oltre si prosegue solo a piedi.
Scarpon ai piedi i e racchette in resta, decidiamo di non portare le ciaspole che “intrigano” in mezzo ai boschi, è con noi Sasha, cagnetta tredicenne in splendida forma che per tutta l’escursione non ci segue: ci precede con entusiasmo crescente.
A pochi metri dal parcheggio, abbandonata la stradina lastricata prendiamo il sentiero sulla destra (indicazione dipinta sul muretto “cascata inferno”). Troviamo alcune persone che stanno tornando, visibilmente provate, che ci dicono di fare un po’ di attenzione nel salire, ma la cascata “è bellissima” e questo ci sprona, se ce n’era bisogno, a raggiungere la nostra meta.
Nevica, cadono fiocchi piccolissimi, come da una gigantesca grattugia stellare, ma fitti, fitti, creano un’atmosfera strana che addolcisce la natura severa e selvaggia di questa valle. Saliamo in mezzo al bosco, il torrente Bordina scorre sul nostro lato destro dapprima fiancheggiandoci da amico e poi man mano che saliamo incassandosi sempre più tra rocce erose, dalle curve che evocano spinte primordiali, cambiando voce, scrosciando serpentino tra salti e catini.
Il sentiero è bello, in alcuni punti attrezzato con cordini per superare le rocce, stiamo particolarmente attenti a mettere bene i piedi : ghiaccio e radici scivolose non mancano e un volo giù nel canalone non è augurabile.
Sasha invece è nel suo elemento e grazie alle quattro zampette rampanti ci batte lungo tutto il percorso, con nostro disappunto predilige i tratti più esposti, si spertica dove non dovrebbe come un camoscio.
Io non mi accorgo del tempo, anzi non so nemmeno se il tempo scorra oppure si sia fermato, credo che in 40 minuti si arrivi alla cascata. Che è lì, alta e rombante, cade dalle rocce in un cratere di ghiaccio e neve che con circospezione, saggiando con le racchette, cerchiamo di avvicinare per vedere da vicino la voragine scavata nello spesso strato di vetro cangiante dal bianco all’azzurrino.
Siamo su di una calotta di ghiaccio formatosi per le basse temperature e il continuo svolazzare delle particelle d’acqua che scendono da cento metri più in alto… Sono senza occhiali, li ho dovuti togliere perché tutti appannati, posiamo a turno per le foto: Sal fotografa me e io… un tuono dall’alto! “Cos’è? cos’è?!!!” secondo tuono dall’alto, una tonata, “Via via!” due avvisi sono sufficienti, arraffiamo zaini racchette cane e senza aspettare il terzo botto fuggiamo (io poco decorosamente, causa miopia, affondando gli scarponi nell’acqua).
Solo alla sera, a casa, guardando le foto scattate sotto la cascata ci folgora l’immagine di una testa di “gigante” dietro di noi : sopracciglia, naso, bocca, ben scolpite nel ghiaccio. D’accordo, sarà un gioco di luci e ombre, ma la cosa ci impressiona veramente. Pare che un diavolaccio ci sia davvero, là dentro, forse ha solo ruttato per tenerci alla larga.
Dopo qualche minuto a distanza di sicurezza ci permettiamo di disquisire sull’origine dei due botti: ghiaccio che si rompe? ma ” il rumore sarebbe più morbido” sentenzia il mio compagno e gli credo sulla parola, rocce che schiattano col gelo/disgelo? Inutile dire che qualsiasi cosa fosse, ci ha messo una bella “pel de pita”, da cagarse in man, direbbe la mia laureata figliola.
Ci avviamo in discesa e proviamo a prendere alla nostra destra una traccia che punta verso l’alto, l’avevamo adocchiata all’andata, secondo noi dovrebbe raccordarsi col sentiero 761 che porta al “Pont de la pita” in circa un’ora e successivamente alla casera Campigat , Casera della Stua e Forcella Cesurette, da lì si può scendere in val di Gares o spaziare all’infinito sulla vastità delle Pale di San Martino.
Ci inerpichiamo un po’ a fatica ma dopo un poco ritorniamo sui nostri passi, il sentiero non è sicuro a causa delle neve e del ghiaccio e sembra anche che nessuno ci sia passato da lungo tempo. Solo Sasha si trova a suo agio, facendoci venire un tuffo al cuore ogni volta che sceglie di zampettare sull’orlo dei burroni seguendo le impercettibili tracce di camosci e caprioli. Ci sono cose che noi umani non possiamo capire, nè sentire o vedere! Infatti poco dopo Salvatore deve letteralmente toglierle di bocca un pezzo di zampa caprina, infilandosi fra sassi e alberi schiantati, e finalmente a ranghi ricostituiti scendiamo cautamente fino al punto di partenza.
Non siamo stanchi, per cui riprendiamo la stradina in salita e imbocchiamo subito, a destra vicino alla casera “Talvà del Barba Rico” una scorciatoia o “scurton” che ci porta velocemente in alto: dopo tre quarti d’ora circa ritroviamo la nostra bella stradina innevata e arriviamo in località “Pont” in effetti un ponticello supera il torrente.
Qui vediamo altri due salti, molto meno spettacolari ma belli per la forza dell’acqua e la conformità delle rocce. A sinistra il sentiero porterebbe alla Casera Campigat, ma ci vogliono almeno altre due ore, prendiamo perciò a destra quello che si dirige verso il ponticello: sotto di noi un’altra cascata, l’acqua ha inciso e modellato a suo piacimento le dure e rocce per poi gettarsi di sotto.
Proseguiamo in mezzo al bosco fino ad un talvà malridotto, ma col tetto rimesso in ordine e ci fermiamo a mangiare. Continua a nevicare…
Dopo la pausa non ci resta che tornare indietro, notiamo nei pressi del tabià molti pietroni squadrati, residui di chissà quale attività abbandonata, e ritorniamo per la stradina senza ripercorrere lo “scurton” : ci rendiamo conto che questo ci ha risparmiato in salita un bel po’ di tornanti, ma anche la strada è bella, passa in mezzo a boschi di belle piante, enormi vecchi faggi e abeti o larici alti e diritti ed è riparata nel lato a monte da un muretto costruito abilmente con pietre a secco (ricavate dai pietroni che abbiamo visto? mah !).
Siamo all’auto, nevica sempre, Sasha tenta di convincerci a ripartire un’altra volta per il sentiero che porta alla Cascata dell’ Inferno, il luogo le è piaciuto molto, ma deve accontentarsi di accoccolarsi sulle mie ginocchia. Sosta per la birretta dell’escursionista soddisfatto all’Osteria del Cacciatore a Col di Prà, abitato piccolissimo, ma con ben due Bar-Ostarie attive e un terzo ottimo Bar-Ristorante-Pizzeria due chilometri più a valle: San Lucano sarà anche una valle selvaggia, ma non si possono tacciare i montanari di mancanza di ospitalità.
Bella giornata, un’escursione che coniuga il “sentirsi fora dal mondo”, quello civile, pur restando a pochi chilometri o meglio poche ore da casa, come solo le nostre Montagne sanno offrire. Un grazie a san Lucano, al suo eremitaggio qui in queste forre e a tutti i Santi che ci hanno protetti oggi.
Testo di Paola. G

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