[Dolomiti di Zoldo] Masi di Arsiera

arsiera
i masi di Arsiera

Titolo: Arsiera
Data: 27/1/2018
Cima: nessuna
Gruppo Montuoso: Dolomiti di Zoldo
Cartina: Foglio Tabacco 025 Dolomiti di Zoldo Cadorine e Agordine Segnavia: forestali- privati
Tipologia sentiero: non censito
Difficoltà*: E ( segnaletica scarsa)
Quota partenza: 1122 m. s.l.m.
Quota da raggiungere: 1310 m. s.l.m.
Dislivello: 188
Tempo*: due ore
Giro: Anello o A/R
Punti di appoggio: nessuno
Acqua, sorgenti: si
Località: Fornesighe, Cornigian
Copertura cellulare: si
Parcheggio/i: si
Partecipanti: Paola e Salvatore
Autore/i: Salvatore e Paola
Nota: * i tempi di percorrenza e le difficoltà sono in base alla propria preparazione psico-fisica e tecnico pratica, conoscenza del ambiente alpino, di progressione, movimento in ambiente alpino, capacità di orientamento.

Premessa: l’itinerario che abbiamo scelto oggi è storico-culturale, per ricordare l’antico legame della Val di Zoldo con l’attività estrattiva e metallurgica dei secoli scorsi. Una piacevole strada forestale risale per un breve tratto il torrente Cervegàna e consente di raggiungere il “villaggio” disabitato di Arsìera, il cui nome è legato alle miniere di ferro e galena. I masi che abbiamo raggiunto oramai abbandonati, una volta venivano usati per la sopravvivenza di una o più famiglie.

L’escursione in dettaglio: Da Belluno ci dirigiamo verso Longarone per prendere a sinistra la statale che risale la profonda forra del torrente Maè, strada piena di curve e contro curve che ci porta nella magnifica Valle di Zoldo. Raggiungiamo Fornesighe e poco fuori dall’abitato, passato il ponte sul Cervegnàna, proprio sul tornante riusciamo a parcheggiare l’auto nel modesto spazio, in località “de le Palanche“ dove un divieto e una stanga vietano l’accesso ai veicoli alla stradina forestale che risale il torrente. Nel “parcheggio” (1122 m. s.l.m.) è presente un cartellone con notizie storiche sulla Val Inferna e sul villaggio di Arsiera. Iniziamo la nostra escursione indossando le ciaspole e ci incamminiamo per la forestale innevata. Fa piuttosto freddo, la forra nel tratto iniziale è stretta e non ci batte sicuramente il sole. Risaliamo il corso del torrente in direzione nord-est, e più avanti, nelle vicinanze di un Tabià e prima di un ponticello la strada si biforca. Un cartello indica “Arsiera”, a sinistra con salita “comoda” a destra “ripida”. Naturalmente prendiamo a destra, contando di riservare la discesa più tranquilla per il rientro, ma raggiunti due Tabià abbandonati nei pressi del greto del ruscello il sentiero sparisce, ci sono diverse tracce dietro ai masi, ma si perdono nel bosco. L’istinto ci suggerisce che il sentiero potrebbe continuare al di là del torrente e Salvatore prova a ispezionare, ma non trova nessun segno per cui ritorniamo sui nostri passi e al bivio prendiamo a destra la direzione “comoda”, la strada forestale si restringe e poi si biforca ancora una volta, anche qui nessun cartello, segnale, bollino… A naso andiamo a destra, maledicendo questi Zoldani avari anche di un po’ di vernice da schiaffare sui tronchi. Subito dopo la stradina diventa un sentiero che sale leggermente nel bosco, verso nordest. Finalmente troviamo un piccolo cartello con scritto “Arsiera” che ci consola e presto sbuchiamo sui prati appena sopra il piccolo borgo. Il paesino veramente non è mai stato considerato” Paese” ma “Maso” ed ha antiche origini contadine, i documenti lo fanno risalire al 1300 col nome di Larsera, ma non è escluso fosse presente anche prima di tale data. E’ ben esposto al sole, per niente “arso” ma ricco di corsi d’acqua per cui si potevano coltivare ortaggi e antichi cereali, orzo, frumento, segala e piantare alberi da frutto. Era noto anche per le vicine Miniere, in Val Inferna, di galena e blenda, il cui imbocco è situato poco a monte dell’abitato. Arsìera è stata abitata fino alla metà del Novecento, quando l’ultimo residente ha abbandonato il suo maso. Ci aggiriamo con un po’ di tristezza fra le varie costruzioni in legno, alcune riportano inciso sullo stipite della porta l’anno di costruzione e il nome del proprietario e possiamo fantasticare sulla vita e sui mestieri che qui dovevano svolgersi. Diversi Tabià sono stati rabberciati, alcuni stanno per cedere sotto il peso degli anni e delle intemperie come i vetusti ciliegi che sopravvivono a stento, pieni di muschi e licheni.
Sopra il “paese” troviamo un’altra indicazione “Miniere di Valle Inferna” e ringalluzziti seguiamo per un tratto il sentiero che poi come al solito si perde biforcandosi senza alcuna indicazione se non il cartello di un mattacchione che indica “Salerno Reggio Calabria Km 1200”. Accidenti, e sì che in teoria da qui si dovrebbe risalire la Val Inferna (un nome, un programma) e raggiungere la forcella che collega il Monte Rite al Col Dur dando la possibilità di altri bellissimi itinerari.
Per il ritorno scegliamo il sentiero (cartello “le Fratte str.pr.347”) che scende nel bosco in direzione sud e ritorniamo a livello del torrente in corrispondenza dei due Tabià presso i quali avevamo fatto dietro-front stamattina. Guadiamo il torrente e torniamo per l’oramai conosciuta stradina, guadagnando in poco tempo il punto di partenza.
Lamentiamo la scarsa segnaletica, se non si conosce la valle c’è il pericolo di perdersi perché alcuni sentieri sono stati fagocitati dalla vegetazione e traggono in inganno. Serve un buon orientamento e l’uso delle cartine topografiche. Raggiunta l’auto scendiamo verso Fornesighe ma ad un bivio, trovando l’indicazione “Zoppè di Cadore”, decidiamo di salire a vedere questo paese isolato, nella valle del torrente Rutorto, che avevamo scorto dalla cima del Monte Punta in una delle nostre passate escursioni. Ci aveva colpito il fatto che l’unico collegamento col resto del mondo fosse l’ardita strada che parte da Forno di Zoldo e qui termina.
La strada sale a tornanti e ad un certo punto ci regala una vista spettacolare del monte Pelmo, la foto è d’obbligo per Salvatore!
Il paese è molto grazioso con la sua chiesa dal campanile aguzzo che si staglia nel cielo oggi azzurrissimo e le belle case disposte lungamente lungo la strada.
Ci promettiamo di ritornare in valle inferna per terminare il giro e a Zoppe con la bella stagione anche per visitare il piccolo museo.

Note:
a) col termine “Maso” in Zoldano “Màs” si intende “ un podere, un fondo rustico isolato con un fienile e una stalla che doveva dare da vivere ad una famiglia”.

b) Zoppè è il comune meno esteso, meno popolato ma più elevato della provincia di Belluno, infatti si trova a 1461 m. s.l.m. e pare abbia avuto origine intorno al V secolo quando gli abitanti della Valle del Boite, per scampare all’invasione degli Unni, cercarono rifugio in alto, presso il Colle di Fies, praticamente ai piedi del Monte Pelmo.

By Salvatore & Paola

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