[Dolomiti Friulane] Rifugio Casera Ditta

 

casera ditta (49).JPG
Lago del Vajont

Titolo: Casera Ditta 956 m.
Data: DOMENICA 23 ottobre 2011
Autori: Salvatore e Paola
Escursione, nella sua complessità facile e bella.
Indecisi sul da farsi perché alcuni amici avevano lanciato il sasso e poi nascosta la mano, io e Paola vedendo le foto di un’amica abbiamo optato per questa escursione. Partenza da Belluno verso le 9 arrivo a Erto Casso  verso le dieci poco sopra il grande teatro tragico del Vajont.Parcheggiamo la macchina in località Pineda “Pont de la frana” siamo senza cartina, ma tra i ricordi di Paola c’è anche Casera Ditta, seguo fedelmente le sue parole e ci incamminiamo verso la valle del Mesath, (mesaz) nascosta dietro alla diga del Vajont, di fronte al paese di Erto ed è circondata dal Monte Toc, dal Col Nudo, dalle Cime di Pino e dal Monte Zerten.
La stradina si inerpica in un bosco di faggi, abeti, larici e altre piante, abbiamo alla nostra destra le pendici franose della montagna, a sinistra lo strapiombo sul torrente Mesath, che scorre rumoreggiando fra rovine di massi, frane e ghiaie, in uno scenario almeno secondo me a dir poco dantesco… una spada sembra aver tracciato, tagliato, segnato, lacerato per sempre quel territorio, colpi dati senza pensare, quasi con rabbia, squarciano la valle prima tormentata dal continuo canto del torrente che l’ha scavata per anni e poi poco prima della casera piombando nel silenzio… la pace dopo la tempesta. I colori predominanti in questa stagione sono il verde dei rari prati il marrone della terra del fondo del bosco il grigio della roccia e poi i colori dell’autunno il giallo il rosso il rosa il blu l’oro delle foglie brune.
Arriviamo ad un largo spiazzo da qui parte un sentiero che scende lungo il bosco, fiancheggiando un torrentello, fino ad innestarsi sull’ultima parte del vecchio sentiero, che scorreva su cenge più in basso della stradina, abbandonato proprio a causa delle frane. Infatti, possiamo vedere che il ponticello, sul quale  era sempre passata Paola è semidistrutto, centrato da un masso che poi è rotolato fino in fondo alla valle.  Passiamo il torrente su un bel ponte di legno e saliamo l’ultimo breve tratto, a gradoni di sassi, che ci porta in un’oasi di verde, la valle si allarga, si ingentilisce in un prato in cui sorge la Casera Ditta, sotto le impervie, diritte, nude Cime di Pino, paradiso verticale solo per tipi come Mauro Corona e l’orso che gestisce la casera stessa.
Questo Adriano sa essere proprio scortese, specie con “i turisti della domenica” quanto gentile con gli amici, ma almeno sa far da mangiare ( proibito sedersi non dico sulle panche, ma nemmeno nel “suo” prato per mangiare a sacco, chi lo fa viene invitato senza complimenti a spostarsi sulle ghiaie del torrente sottostante) e ci porta due bei piatti con polenta, selvaggina, frico, salsiccia e un buon mezzo litro di vino rosso.
Ha una tavolata di gente che conosce e con cui scambia ciacole e battute, ma non esita ad apostrofare rudemente una povera ragazza, evidentemente non allenata, che si accascia sulla panchetta: “Ehi, se non hai voglia di salutare, puoi anche tornare da dove sei venuta…” ma detto in dialetto fa più impressione, per fortuna la tosa è accompagnata da uno che conosce l’orco del Mesath e può accomodarsi al tavolo.
Dopo mangiato, tanto per fare due passi, prendiamo il sentiero 904 che porta alla Forcella del Pin, saliamo per un  po’ in mezzo al bosco fino ai ruderi delle “carbonere” le costruzioni di sassi dove una volta facevano il carbone, dopo tanti anni di abbandono il terreno è ancora nero, ci sono tracce di carboni.
Una volta queste valli che ci appaiono così dure e inospitali erano molto frequentate, si portavano a pascolo le bestie, si raccoglieva il fieno, si ricavavano legna e carbone da portare in paese per l’inverno. Un mondo perduto. Non andiamo oltre, scendiamo e ripassando per la casera salutiamo timidamente e gentilmente il gestore e riprendiamo il sentiero e poi la stradina percorsi all’andata.
Ecco amici, “la valle vo’ descritto parlando dritto” buona lettura.
By Salvatore

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